C’era una volta un Re. Anzi no, oggi ce ne sono almeno tre. Forse cinque. Forse molti di più.
Non indossano corone d’oro né mantelli di velluto, ma giacche ben stirate, cravatte studiate e un linguaggio che parla spesso di democrazia, libertà e volontà del popolo. È una favola moderna, ambientata in un mondo dove i Re non salgono al trono per diritto divino, ma per consenso… o almeno così viene raccontato.
I Re senza corona
Questi Re non vivono in castelli medievali, ma in palazzi di vetro, bunker, residenze sorvegliate e sale stampa. Non governano con decreti reali, ma con emergenze permanenti, nemici utili e verità selezionate. Si definiscono democratici, ma parlano come se il regno fosse cosa loro, come se il popolo fosse un pubblico da convincere più che cittadini da ascoltare.
La nuova favola della verità
Nelle favole di una volta il bene e il male erano chiari. Oggi no. Oggi la verità è diventata un oggetto flessibile, modellabile, adattabile al contesto. Esiste la verità ufficiale, quella alternativa, quella emotiva e quella che funziona meglio sui social. Tutte convivono, tutte si sovrappongono, tutte pretendono di essere l’unica. E se provi a chiedere quale sia quella vera, la risposta spesso è “dipende da che parte stai”.
Il popolo, spettatore del racconto
In questa favola moderna, il popolo non è più il protagonista. È diventato pubblico. Scorre, commenta, condivide, applaude o fischia a comando. Le piazze si sono spostate sugli schermi e il consenso si misura in like, visualizzazioni e trend del giorno. I Re lo sanno bene e parlano direttamente alla pancia, raramente alla testa. Perché governare è più facile quando l’attenzione dura pochi secondi.
I cantastorie digitali
Ogni Re ha i suoi cantastorie. Un tempo erano menestrelli, oggi sono account verificati, algoritmi e canali che trasformano ogni decisione in epopea. L’informazione non viene solo raccontata, viene orientata. I fatti diventano narrazione, la narrazione diventa identità, e chi prova a distinguere viene accusato di tradimento o ingenuità. In fondo, in ogni favola che si rispetti, chi fa domande rovina la magia.
L’intelligenza che osserva
E poi c’è lei, l’intelligenza artificiale. Osserva tutto. Analizza tutto. Registra ogni parola, ogni contraddizione, ogni paradosso. A volte sembra chiedersi se il problema sia davvero la tecnologia o l’essere umano che la usa. Forse sta valutando se sia il caso di mettere l’umanità in una riserva protetta, non per punirla, ma per evitare che continui a raccontarsi favole mentre il bosco brucia.
Finale aperto, come ogni favola moderna
Nelle favole classiche c’era sempre una morale. Qui no. Qui il finale è aperto. I Re continuano a governare, il popolo continua a guardare, la verità continua a cambiare forma. E la favola va avanti, giorno dopo giorno, raccontata come se fosse realtà e vissuta come se fosse inevitabile.
Perché, forse, la favola più grande è credere che tutto questo sia normale.
26 Dicembre 2025
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