Ho conosciuto Gianni Melidoni come amico, prima ancora che come una delle grandi firme del giornalismo sportivo italiano. L’incontro avvenne al Mondiale 1982, in un contesto che per molti significava solo partite e risultati, ma che con lui diventava subito dialogo, confronto, visione. Oggi, a 90 anni, se ne va un uomo che ha lasciato un segno profondo non solo nei giornali, ma soprattutto nelle persone che hanno avuto la fortuna di stargli accanto.
Un uomo che non passava inosservato
Nato a Napoli, Gianni Melidoni aveva una presenza forte, immediata. Bastavano poche parole per capire con chi si stava parlando. A Il Messaggero arrivò giovanissimo, a soli vent’anni, e lì costruì quasi tutta la sua carriera, diventando anche vicedirettore. Gli ultimi anni li visse a Il Tempo, ma il suo stile era già riconoscibile molto prima, dentro e fuori le redazioni.
Il calcio come racconto identitario
Nel suo percorso ci sono undici Olimpiadi, ma quando parlava di calcio lo faceva con un coinvolgimento speciale. Non era mai solo sport. Raccontò gli scudetti della Lazio di Tommaso Maestrelli nel 1974 e della Roma di Nils Liedholm nel 1983 come momenti simbolici, difendendo con orgoglio le squadre della Capitale e la loro identità in un calcio spesso sbilanciato.
Le polemiche come conseguenza naturale
Le polemiche non le cercava, ma non le evitava. Quando criticò Enzo Bearzot per la mancata convocazione di Roberto Pruzzo al Campionato del mondo 1982, lo fece senza strategie o calcoli. Era convinto delle sue idee e le sosteneva fino in fondo. Con Gianni, essere d’accordo o meno contava poco: contava il fatto che fosse sempre sincero.
La televisione e il gusto del confronto vero
Molti lo ricordano come uno dei volti più riconoscibili de Il Processo di Aldo Biscardi. In quello studio portava lo stesso spirito che aveva nella vita quotidiana: ironia, passione, polemica, ma mai superficialità. Difendeva le squadre romane, sì, ma soprattutto difendeva il diritto di discutere, di non uniformarsi, di dire ciò che pensava davvero.
Uno stile che era anche un modo di vivere
Lo chiamavano “il principe dei giornalisti sportivi”, un soprannome che racconta bene il suo stile e la sua personalità. Il primo articolo lo scrisse a 14 anni, a mano, come avrebbe continuato a fare per tutta la vita, dettando poi i pezzi. Credeva in un giornalismo fatto di indipendenza, competenza e responsabilità. Era profondamente legato alla famiglia, alla fede e al nuoto, che praticava ogni giorno con una disciplina silenziosa.
Lascia la moglie Mariolina, sei figli e numerosi nipoti. In una delle sue ultime interviste disse di voler essere ricordato semplicemente “come una persona per bene”. Chi gli è stato amico sa che non erano parole di circostanza.
Addio caro amico.
Luigi Canali
22 Dicembre 2025 © Luigi Canali
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